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non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe... (Eugenio Montale)
arte
2 agosto 2016
In memoria di Roberto Sterrantino: “Il Leone” con l'acrostico di Pippo Lombardo.


U Liuni


U Re da furesta è cunsideratu

Li jiammi fa trimari a cu lu viri

I denti havi giusti pi fari macinatu

U sguardu i focu chi fa rabbrividiri

Nun sulu l' omu raccumanna di scanzarlu

I cchiussai voti, si smirudda pi imitarlu.


Giuseppe Lombardo.

(Acquedolci, Settembre 2011).

CULTURA
13 gennaio 2016
Salvador Dalì e Gilles Deleuze : Alice nel Paese delle meraviglie.


Sono tantissimi e nei più disparati generi artistici - dalla fiction ai cartoons, alla musica, ai videoclips - ad essersi confrontati con la celebre "favola per adulti" di Lewis Carroll. Tra i nomi, due si stagliano alti: quello di Salvador Dalì per l'interpretazione artistica e quello di Gilles Deleuze per l'interpretazione filosofica. "Alice nel Paese delle meraviglie" infatti, probabilmente più di qualsiasi altra opera, si distacca dalla concezione sia ordinaria che accademica di quello che è il Senso, il Significato, la Logica. Quel che è peggio, è che non lo fa da "enfant terrible" con la pretesa di metterli in discussione, bensì senza pretese, anzi senza neppure l'intenzione di volerlo fare, ma semplicemente cercando di creare un mondo a sé ex novo: una favola. Una favola in cui tutto è altro: il divenire che pone la duplicità di Cronos ed Aion, la causalità che subito si rivela doppia, la genesi e la statica, i fantasmi, la sessualità e tant'altro. Salvador Dalì per le sue connaturazioni è stato l'interprete più adeguato per la raffigurazione pittorica dell'opera di Carroll con un lavoro forse più facile di quello di Deleuze che invece cerca di confrontarsi ad essa con la Filosofia. Ma, se 



come qualcuno ha detto, 2000 anni di Filosofia altro non sono che una nota in margine a Platone, allora è con Platone che ci si deve confrontare. Ed il confronto è terrificante perché Alice, forse inconsapevolmente (ed è peggio), fa ciò che aveva già fatto Nietzsche: disvela che il Pensiero, la Logica (e paraltro l'aveva detto anche lo stesso Platone) o fugge o perisce. "Non è forse - osserva Deleuze su Nietsche - secondo altre dimensioni che l'atto di pensare si genera nel pensiero e che il pensatore si genera nella vita? (...) bisogna giungere ad un punto segreto in cui la stessa cosa sia aneddoto della vita ed aforisma del pensiero." (Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli). Acutamente Gilles Deleuze osserva come Alice evidenzi che le superfici di per sé siano piatte, monodimensionali, e come il loro senso sia invero conferito dalle profondità di cui esse sono superficie. Ma proprio questa era stata la grande scoperta di Nietzsche, la profondità avuta dalla conquista delle superfici: "Quanto profondi erano questi Greci a forza di essere superficiali!" (Nietzsche, contro Wagner). C'è un Quid che si staglia però oltre, oltre le superfici ed oltre le 



profondità e che si svela con e dopo di esse e che "impone un riordinamento di tutto il pensiero e di tutto ciò che significa pensare: non vi è più profondità né altezza." (Deleuze, op. cit.) . E' ciò a cui ci avvia Alice: l'Evento. L'Evento però è doppio perché compimento e contro compimento, effettuazione e controeffettuazione. Esso è personale ma al tempo stesso comprende le singolarità impersonali e preindividuali. E' azione del singolo, ma sbocco dell'azione storica del collettivo ed è qui utile aver presente il concetto jumghiano di inconscio collettivo... E' il doppio mantello di Antistene o di Diogene. Con Alice si pone il nuovo problema, ch'è quello della Filosofia contemporanea: "Come chiamare la nuova operazione filosofica, in quanto si oppone ad un tempo alla conversione platonica ed alla conversione presocratica?"(Deleuze, op. cit.). E', la domanda di fondo di Alice riformulata in "Logica del Senso".
francesco latteri scholten.
arte
11 gennaio 2016
Antonio Presti, Pietro Consagra e "La materia poteva non esserci".


E' stata la prima opera del parco, situata marginalmente al vasto letto del fiume Tusa ad alcune centinaia di metri dalla foce. Imponente, Bella, ispirante alla riflessione con i suoi due elementi, Bianco e Nero, addossati a contrastarsi in sempiterna lotta. Sull'altura che la sovrasta si erge magnifica la Piramide del 38° parallelo. "La materia poteva non esserci" é l'opera probabilmente più "travagliata" della Fiumana d'Arte, il più grande museo a cielo aperto d'Europa. Pietro Consagra, insignito della madeglia d'oro quale Benemerito della Cultura e dell'Arte da Carlo Azeglio Ciampi, membro del "Gruppo Forma 1" (il più importante dell'astrattismo italiano), aveva voluto rappresentarvi la lotta tra Luce e Tenebre, Bene e Male. E' forse anche l'opera più aderente al 



proprio tema, che non solo rappresenta ma che ne è anche la storia della propria realizzazione. Antonio Presti la commissiona nel 1982, a memoria del padre recentemente scomparso, all'allievo di Guttuso che con la propria Arte si prefiggeva di "Esprimere il ritmo drammatico della vita di oggi con elementi plastici che dovrebbero essere la sintesi formale delle azioni dell'uomo a contatto con gli ingranaggi di questa società, dove è necessaria volontà, forza, ottimismo, semplicità, chiarezza". Le Tenebre tuttavia non tardano ad operare prendendo forma concreta proprio in quella Soprintendenza di Messina che invece avrebbe dovuto sostenerne la realizzazione. L'accusa è grave: abusivismo edilizio; per chiunque si affacci da qualunque lato da queste parti più che capziosa semplicemente ridicola, discutibilissima è poi l'azione della Soprintendenza se se ne 



considera "l'abituale inattività per ogni caso ordinario di abusivismo". Ma le tenebre sono forti, superbe, vanagloriose ed orgogliose e così i dibattiti arrivano nelle sedi giudiziarie e persino (ed accesi) in Parlamento. L'opera è inaugurata nel 1986, il 12 ottobre. Per le vicende giudiziarie si dovrà attendere nientemeno che il 1994 e la sentenza della Cassazione con la totale assoluzione. Essa dunque più che rappresentare, "Incarna" pienamente il proprio tema e la concezione artistica di Pietro Consagra...
francesco latteri scholten

arte
10 gennaio 2016
Bellezza tra mito, storia e realtà.


Gli Déi erano a banchetto sull'Olimpo, quando, sul più bello, sulla loro tavola scivolò un pomo (che sarà ricordato come quello della discordia) sulla tavola con la scritta "alla più bella". Le contendenti, notoriamente, erano tre: Afrodite, per i romani Venere, di cui ricorrevano anche i festeggiamenti con l'onorifico titolo di "Meretrix", nata dalla spuma del mare e la cui bellezza si riferiva direttamente ed esplicitamente alla lussuria; Athena, per i romani Minerva, partorita dal cervello di Zeus (Giove), incarnazione razionale della bellezza; ed infine Giunone, bellezza muliebre. Tre bellezze diverse, o 



meglio tre diverse angolazioni o parametri con cui guardare alla bellezza. E così è rimasto nel corso dei secoli e dei millenni sino ai nostri giorni. I diversi parametri hanno poi eretto diversi ideali di donna, la cui connotazione si aveva la pretesa di imporre alle donne in carne ed ossa. Le più rispondenti ai parametri di volta in volta posti erano poi più celebrate al punto di connotare l'imago femminea del proprio tempo: abbiamo avuto così la Venere di Milo, l'Athena di Fidia, sino alle più recenti e di cui si è perciò potuto conoscere il modello originario in carne e ossa: Marilyn Monroe, 



Lauren Bacall, Ilona Staller, Moana Pozzi e tante altre. Alle dispute olimpiche fanno da contr'altare su questa terra realtà umane anche psicologiche similmente miserande le quali sono poi quelle che portano all'attuazione concreta delle delibere di guerra degli olimpi: chi conosce - in senso biblico, si capisce - la femmina più femmina è, eo ipso, il maschio più maschio e così Paride rapirà Elena dando inizio alla guerra di Ilio ed al complesso psicologico che dalla bella troiana prenderà - con Freud - il nome. Ma, al di là delle tre tipologie viste, esiste un criterio antropologicamente naturale per la bellezza? La risposta è positiva e la sua dimostrazione scientifica è da Freud, anche se la cosa era nota già pure agli antichi, specie ad Aristotele: la Bellezza è Vita nel suo senso più pieno. 



Dunque la pienezza della maturità e della vigorìa psico fisica ed intellettuale. E' in antitesi ad essa che si pone la bruttezza, sinonimo di morbosità e perciò di limite e negazione della Vita, ovvero morte. Attrazione psichica per la Vita, ripugnanza per la malattia e la morte. I fisici filiformi di tante modelle e modelline assai cari a molti stilisti (cosa che la dice lunga sulla loro realtà psicosessuale), appartengono alla morbosità e non alla realtà antropologica di bellezza e non sono naturalmente attraenti per una persona psicosessualmente normale, come pure non lo sono i fisici alla Botero. La Venere di Milo, l'Athena di Fidia, la Monroe, la Bacall, la Staller, la Pozzi ci rientrano però tutte e così torniamo alla disputa antica. E poi, perché Venere Meretrix non deve poter avere un Q.I. da genio ed una cultura altrettale? Gl'esempi reali non mancano - a cominciare proprio dalla Monroe, studiosa di filosofia ed accanita lettrice di Joyce - e la cosa risolverebbe la quaestio.
francesco latteri scholten.

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arte
9 gennaio 2016
Roberto Sterrantino, schizzo del profilo di un artista: "Il vaso di Pandora" ed "Umor Nero".


Dunamis è l'antica parola greca che più di ogni altra caratterizza Roberto Sterrantino, nell'Arte così come nella Vita. Un mixing perfetto di classicità e modernità, le sue opere potrebbero essere la trasposizione pittorica (ed in chiave Siciliana) di un romanzo di Salman Rushdie per l'intreccio di figure mitologiche, immagini dello psichismo collettivo e realtà concreta, dove la delineazione dei confini tra esse è arduo. Sempre estremamente acuto invece - come del resto nello scrittore di Bombay - il coglimento del significato e la critica socioculturale ma anche storico genealogica. Abbiamo così ad es. "Il vaso di Pandora", dalla mitologia greca, aperto per dipendenza dal dono di 



Ermes: la curiosità importuna, con tutte le notissime infauste conseguenze. Dopo l'apertura, il mondo - prima di allora libero da mali e con gl'uomini simili agli Déi - era ridotto alla desolazione. Pandora allora decise di riaprire il vaso per liberarne la Speranza che ancora vi era imprigionata... Un concilio di Saggi, ma davanti ad un Totem e sotto lo sguardo torvo di Galileo ed Einstein è invece il tema di "Umore Nero" opera nata dalla disperazione e dal senso di sfacelo di fronte al disastro ambientale causato dalla rottura della piattaforma petrolifera in SudAmerica e dal seguente disastro ambientale. Impotenza ma anche disapprovazione verso un sistema che consegna nelle 



mani di solo alcuni, e sulla pelle di tanti, un bene appartenente all'umanità intera... Immagini dunque nelle quali si ritrova il simbolismo di ieri e di oggi, ma anche di domani, attraverso cui è mostrata la realtà dell'attuale. Sono solo alcuni esempi della vasta ed articolata produzione dell'autore, che tanta simpatia e riconoscimento ha ottenuto sia dal pubblico che dalla critica più accorta. Tantissimi i premi ed i riconoscimenti, così come le esposizioni e le pubblicazioni più prestigiose: il Louvre e l' Enciclopedia ad es. per citarne solo due.
francesco latteri scholten

arte
9 gennaio 2016
Giuseppe Prinzi e la Scuola artisticoalchimistica di S. Stefano di Camastra.


Classe 1962, Giuseppe Prinzi è uno dei più brillanti figli della piena maturità artistica del Maestro Ciro Michele Esposito, ovvero di colui che ha portato l'Arte e la Ceramica stefanesi all'attenzione delle platee internazionali a partire dagl'anni '50. Le espressioni estetiche e stilistiche affondano perciò le loro radici nei grandi Maestri di Faenza, Domenico Rambelli ed Anselmo Bucci, e l'ispirazione filosofica in Gaetano Ballardini e, soprattutto, Maurizio Korach (che ne è anche il Maestro "tecnico"). L'opera scultorea di Giuseppe Prinzi - e basta un semplice affiancamento visivo - ne è non solo testimonianza palese, ma anche concrezione di una maturità ed autonomia artistica pienamente raggiunte. Estetica e Stile di Esposito, Rambelli e Bucci trovano estrinsecazione in una
 


sintesi personalissima, che conserva gl'archetipi alchimistico junghiani eredità di Korach - si vedano il bellissimo "Totem" ma anche "Malinconia", "Afrodite", "Maternità" - per volgersi poi alla Metafisica del Soggetto e della soggettività, che il modo più proprio in cui è possibile definire l'Arte di Giuseppe Prinzi.La ricerca del "Volto" e della sua espressione e, della concrezione in questa degl'archetipi. L'evidenza è data da "Adamo ed Eva" e quella fatta dall'artista di Mistretta ne è forse la rappresentazione artistica più veritiera: Adamo "vede" attraverso, o meglio, tramite Eva. E' la 



tipologia psichica ed archetipica dell'amore immaturo, alter ego della dissolvenza di uno dei soggetti nell'altro, immaturo anch'esso, che ne impedisce il conseguimento della piena maturità psichica personale, ovvero la cacciata dal "paradiso". Agli antipodi c'è invece una scultura, "Malinconia" e qui, come già in quella di Duerer, Giuseppe Prinzi riesce a trasmettere quello che Sartre a proposito del primo aveva definito "senso metafisico della finitudine", rovescio della medaglia della piena maturità psichica ed inscindibilmente ad essa legato. La negazione tramite violenza esterna dell'espressione fisica della piena maturità psichica, ovvero della propria bellezza fisica è raffigurata 



invece mirabilmente nella "Medusa", opera tecnicamente di grande pregio. Ma, tramite Korach, Jung insegna che gl'archetipi fanno parte di un collettivo, sono comuni e così spesso i volti di Prinzi sono contemporaneamente più d'uno si vedano i bellissimi "L'Occhio", "Trinità", ma anche gl'oli su tela "Incubo" e "Rinascimento Siciliano". Insomma, una compiutezza artistica che oggi in piena maturità si ripropone, come già per Rambelli, Bucci ed Esposito ad un pubblico anche internazionale.
francesco latteri scholten

arte
6 gennaio 2016
Ciro Michele Esposito: un Maestro Alchimista a S. Stefano di Camastra (ME). Ristampa.


Sebbene chiunque lo associ alla fondazione dell'arte ceramica in S. Stefano di Camastra ed alla sua scuola, Ciro Michele Esposito era nato a Grottaglie, in Puglia, nel 1912. Ebbi l'onore di incontrarlo qualche tempo prima della sua improvvisa scomparsa nel 1991: in una bella giornata di sole mi fece visitare gl'ateliers di alcuni ceramisti suoi ex allievi, l'Istituto Artistico (oggi Liceo Artistico) a lui intitolato e, soprattutto, mi illustrò diverse sue opere significative ivi esposte. La bellezza e l'amore dello Spirito Creativo, la sua pulsione al continuo superamento di sé, sia estetico che tecnico... la Passione. Eppure in queste opere vi è qualcosa che attira e trascina e che va oltre l'estetica e la tecnica, e, che al tempo stesso è "prima". E' come stessero lì a manifestare qualcosa 



che invero è già in noi quale Archetipo. Ed invero tra gl'Archetipi di Karl Gustav Jung - il più grande alchimista del Novecento - e Ciro Michele Esposito un legame c'è, e segnatamente c'è un luogo, Faenza (capitale italiana dell'arte ceramica e della sua scuola) e due personaggi d'eccezione: l'ungherese di cultura tedesca e di origine ebraica Maurizio Korach e Gaetano Ballardini. Il primo, nato nel 1888, tecnico ceramico ed ingegnere chimico, era giunto a Padova nel 1911 per trasferirsi a Faenza dopo il primo conflitto mondiale. Lì aveva insegnato tecnica ceramica. Ma Korach, allievo di Vincenzo Wartha, era una personalità assai ecclettica, era ad es. anche germanista ed era legato all' Alchimia, da un lato, tramite la chimica alla tradizione alchemica "materiale", dall'altro a
 


quella "Spirituale" che aveva all'epoca in Jung il suo rappresentante più illustre. E, proprio ai "Colloqui di Eranos" di Jung, iniziati grazie ad Olga Froebe Kapteyn su ispirazione di Rudolf Otto, capiterà poi di partecipare anche a Maurizio Korach. Ciro Michele Esposito giunge a Faenza diciasettenne, ovvero nel 1929, 4 anni dopo che Korach si è trasferito all'Università di Bologna, quando a Faenza è direttore Gaetano Ballardini che sarà il "Padre per l'ispirazione artistica" (ma anche riferimento "spirituale" ed affettivo) riconosciuto di Ciro Michele Esposito e per il quale quest'ultimo sarà come un figlio. Tuttavia l'influsso di Korach sulla scuola di Faenza, sotto diversi e molteplici aspetti, fu notevolissimo come del resto aveva pubblicamente riconosciuto lo stesso 



Ballardini già nel 1922. Il legame di Ballardini con Korach da un lato e con Esposito dall'altro, porta a conoscenza e vicinanza tra i due. E' il 1938 a segnare le separazioni: Maurizio Korach a seguito delle leggi razziali deve lasciare l'Italia ma vi tornerà clandestinamente tra le fila dei partigiani e partigiano anche lui; Ciro Michele Esposito giunge a S. Stefano di Camastra nei Nebrodi a dirigere la Scuola di Ceramica; Gaetano Ballardini rimane a Faenza. Con Korach, dopo il secondo conflitto mondiale, Ciro Michele si incontrerà proprio a S. Stefano di Camastra, in occasione di un viaggio in Sicilia di Maurizio prima del rientro in Ungheria. I due Maestri, Gaetano Ballardini e Maurizio Korach, 



plasmeranno in modo indelebile i modelli, le tipologie e l'espressione artistica e la tecnica di Ciro Michele Esposito. La matrice archetipica, a prescindere da genealogie e paternità artistiche, è del resto ben visibile in tantissime opere del Maestro di S. Stefano di Camastra: da "la famiglia", a "bombolo mascherone", a "Le stagioni", "Maternità", "Gatto rosso", "Gallo sole", al bellissimo "Leda col cigno" e tante altre. Tutte ispirano ed attraggono alla trascendenza, ma in tutte è manifestato qualcosa che è già prima...
francesco latteri scholten


P.S. Può probabilmente parere strano, ma Ciro Michele Esposito - l'artista più significativo del territorio nebroideo del secondo dopoguerra - risultava praticamente assente dal web. E' stata proprio la pubblicazione soltanto circa un anno fa dell'articolo "Ciro Michele Esposito, un Maestro Alchimista a S. Stefano di Camastra", pubblicato prima sui miei blog, poi su Agoravox e quindi ripreso da diversi altri (ne cito alcuni: liquida.it; intopic.it; libero24x7.it; 2+2=5Group etc) a proporlo anche alla rete suscitando subito interesse di pubblico e critica. All'atto della pubblicazione, cercando su Google immagini delle sue opere con cui corredare il post non se ne rinvenne alcuna. Da qui la scelta obbligata di ripiegare sulle foto scattate da me e da qui anche la nascita di questo blog (CiroMicheleEsposito.ilCannocchiale) dedicato al Maestro, completo almeno delle foto delle opere più significative e di una serie di post atti a dare una connotazione del Maestro, delle sue opere, della sua vita e dei suoi indirizzi. La ristampa dell'articolo porta alcune (poche) integrazioni nel testo rispetto al precedente, ma è arricchito con due ulteriori immagini di opere. 

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Curiosità
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Buona sera, vi chiederete chi sono io. Ecco mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono, o mi hanno visto solo per pochi minuti, credo siano pronti a giurare che sono pazzo. Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia con l’unico ausilio dell’intelletto. Sognatore, perché credo nell’abilità dell’uomo. Maledetto, perché non affido le mie speranze a un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno lasciando solo il rosso del sangue, il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo remoto in cui fui principe, figlio di re, in seguito divenni un guerriero, o meglio vi fui costretto, poiché le mie armi preferite erano e saranno le parole, messaggere della mia essenza, che è sempre stata un’anima da Giullare. ( da Malus di Nlm Latteri).


Quello dunque, al che doviamo fissar l’occhio de la considerazione, è si noi siamo nel giorno, e la luce de la verità è sopra il nostro orizzonte, ovvero in quello degli aversarii nostri antipodi; si siamo noi in tenebre, over essi: ed in conclusione, si noi, che damo principio a rinovar l’antica filosofia, siamo ne la mattina per dare fine a la notte, o pur ne la sera per donar fine al giorno. (Giordano Bruno).

Blog di francesco latteri-scholten




IL CANNOCCHIALE