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non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe... (Eugenio Montale)
arte
13 agosto 2017
I Frutti Di Mille Metri Di Tela in esposizione al Castello Gallego di S. Agata di M.llo (ME).



Il buon lavoro dà sempre buoni frutti, così anche per “Mille Metri Di Tela Per 1.000 sorrisi” tenuta nel maggio u.s. sul bel lungomare di Sant'Agata di Militello grazie all'impegno di Rosy Piscitello e dell'associazione “Parole e Colori”. Studenti, ma anche bambini, ragazzi ed appassionati di ogni età hanno potuto dipingere, insieme ad Artisti noti, ben mille metri di tela. La partecipazione è stata entusiasmante per tutta la popolazione della ridente cittadina 




marinara nebroidea. La qualità del lavoro svolto è stata notevole e così “Parole e Colori” ha pensato bene di esporre adesso, dal 2 al 12 agosto, a Castello Gallego nella centralissima piazza Municipio, quanto prodotto a maggio. Si tratta perciò letteralmente de “I Frutti Di Mille Metri Di Tela”, da cui anche l'intitolazione della mostra. Fa caldissimo ed entriamo per caso. L'accoglienza, come sempre a Castello Gallego è calorosa, il percorso indicato da una significativa tela di 60 metri segnata da 100 passi, quelli che separavano la casa di Peppino 




Impastato da quella del Boss mafioso che lo fece poi assassinare. Dunque un percorso non solo artistico ma anche di riscatto culturale e di crescita e maturazione personale, di cui molte opere sono testimonianza diretta. E' Rosy Piscitello in persona ad illustrarci le opere e darci notizia di alcuni artisti. Tra le tante molto belle,è particolare e densa di significato quella di Chiara e Sara Visalli, vincitrice del primo premio, seguita a ruota da quelle di due studentesse della Scuola d'Arte di Santo Stefano di Camastra,oggi Liceo Artistico Ciro Michele Esposito in 




onore del Maestro:Martina Rubino (seconda classificata) ed Erika Merlu (terza). Ho avuto il privilegio e l'onore di aver conosciuto personalmente Ciro Michele Esposito e di averne potuto studiare anche l'opera e, alla luce di questo non esito: Ciro Michele avrebbe fatto la stessa scelta, lo stile delle opere sarebbe stato pienamente di suo gradimento, per tutte e tre. Parole di elogio a Rosy Piscitello anche dalla mia accompagnatrice Dott.sa Nicoletta Latteri della Commissione Cultura di Roma. Una mostra che vale la visita con tante opere pregevoli, anche in vendita per finanziare il proseguio del tanto lavoro.

francesco latteri scholten




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arte
2 agosto 2016
In memoria di Roberto Sterrantino: “Il Leone” con l'acrostico di Pippo Lombardo.


U Liuni


U Re da furesta è cunsideratu

Li jiammi fa trimari a cu lu viri

I denti havi giusti pi fari macinatu

U sguardu i focu chi fa rabbrividiri

Nun sulu l' omu raccumanna di scanzarlu

I cchiussai voti, si smirudda pi imitarlu.


Giuseppe Lombardo.

(Acquedolci, Settembre 2011).

CULTURA
13 gennaio 2016
Salvador Dalì e Gilles Deleuze : Alice nel Paese delle meraviglie.




Sono tantissimi e nei più disparati generi artistici - dalla fiction ai cartoons, alla musica, ai videoclips - ad essersi confrontati con la celebre "favola per adulti" di Lewis Carroll. Tra i nomi, due si stagliano alti: quello di Salvador Dalì per l'interpretazione artistica e quello di Gilles Deleuze per l'interpretazione filosofica. "Alice nel Paese delle meraviglie" infatti, probabilmente più di qualsiasi altra opera, si distacca dalla concezione sia ordinaria che accademica di quello che è il Senso, il Significato, la Logica. Quel che è peggio, è che non lo fa da "enfant terrible" con la pretesa di metterli in discussione, bensì senza pretese, anzi senza neppure l'intenzione di volerlo fare, ma semplicemente cercando di creare un mondo a sé ex novo: una favola. Una favola in cui tutto è altro: il divenire che pone la duplicità di Cronos ed Aion, la causalità che subito si rivela doppia, la genesi e la statica, i fantasmi, la sessualità e tant'altro. Salvador Dalì per le sue connaturazioni è stato l'interprete più adeguato per la raffigurazione pittorica dell'opera di Carroll con un lavoro forse più facile di quello di Deleuze che invece cerca di confrontarsi ad essa con la Filosofia. Ma, se 







come qualcuno ha detto, 2000 anni di Filosofia altro non sono che una nota in margine a Platone, allora è con Platone che ci si deve confrontare. Ed il confronto è terrificante perché Alice, forse inconsapevolmente (ed è peggio), fa ciò che aveva già fatto Nietzsche: disvela che il Pensiero, la Logica (e paraltro l'aveva detto anche lo stesso Platone) o fugge o perisce. "Non è forse - osserva Deleuze su Nietsche - secondo altre dimensioni che l'atto di pensare si genera nel pensiero e che il pensatore si genera nella vita? (...) bisogna giungere ad un punto segreto in cui la stessa cosa sia aneddoto della vita ed aforisma del pensiero." (Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli). Acutamente Gilles Deleuze osserva come Alice evidenzi che le superfici di per sé siano piatte, monodimensionali, e come il loro senso sia invero conferito dalle profondità di cui esse sono superficie. Ma proprio questa era stata la grande scoperta di Nietzsche, la profondità avuta dalla conquista delle superfici: "Quanto profondi erano questi Greci a forza di essere superficiali!" (Nietzsche, contro Wagner). C'è un Quid che si staglia però oltre, oltre le superfici ed oltre le 







profondità e che si svela con e dopo di esse e che "impone un riordinamento di tutto il pensiero e di tutto ciò che significa pensare: non vi è più profondità né altezza." (Deleuze, op. cit.) . E' ciò a cui ci avvia Alice: l'Evento. L'Evento però è doppio perché compimento e contro compimento, effettuazione e controeffettuazione. Esso è personale ma al tempo stesso comprende le singolarità impersonali e preindividuali. E' azione del singolo, ma sbocco dell'azione storica del collettivo ed è qui utile aver presente il concetto jumghiano di inconscio collettivo... E' il doppio mantello di Antistene o di Diogene. Con Alice si pone il nuovo problema, ch'è quello della Filosofia contemporanea: "Come chiamare la nuova operazione filosofica, in quanto si oppone ad un tempo alla conversione platonica ed alla conversione presocratica?"(Deleuze, op. cit.). E', la domanda di fondo di Alice riformulata in "Logica del Senso".
francesco latteri scholten.



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arte
11 gennaio 2016
Antonio Presti, Pietro Consagra e "La materia poteva non esserci".




E' stata la prima opera del parco, situata marginalmente al vasto letto del fiume Tusa ad alcune centinaia di metri dalla foce. Imponente, Bella, ispirante alla riflessione con i suoi due elementi, Bianco e Nero, addossati a contrastarsi in sempiterna lotta. Sull'altura che la sovrasta si erge magnifica la Piramide del 38° parallelo. "La materia poteva non esserci" é l'opera probabilmente più "travagliata" della Fiumana d'Arte, il più grande museo a cielo aperto d'Europa. Pietro Consagra, insignito della madeglia d'oro quale Benemerito della Cultura e dell'Arte da Carlo Azeglio Ciampi, membro del "Gruppo Forma 1" (il più importante dell'astrattismo italiano), aveva voluto rappresentarvi la lotta tra Luce e Tenebre, Bene e Male. E' forse anche l'opera più aderente al 







proprio tema, che non solo rappresenta ma che ne è anche la storia della propria realizzazione. Antonio Presti la commissiona nel 1982, a memoria del padre recentemente scomparso, all'allievo di Guttuso che con la propria Arte si prefiggeva di "Esprimere il ritmo drammatico della vita di oggi con elementi plastici che dovrebbero essere la sintesi formale delle azioni dell'uomo a contatto con gli ingranaggi di questa società, dove è necessaria volontà, forza, ottimismo, semplicità, chiarezza". Le Tenebre tuttavia non tardano ad operare prendendo forma concreta proprio in quella Soprintendenza di Messina che invece avrebbe dovuto sostenerne la realizzazione. L'accusa è grave: abusivismo edilizio; per chiunque si affacci da qualunque lato da queste parti più che capziosa semplicemente ridicola, discutibilissima è poi l'azione della Soprintendenza se se ne 







considera "l'abituale inattività per ogni caso ordinario di abusivismo". Ma le tenebre sono forti, superbe, vanagloriose ed orgogliose e così i dibattiti arrivano nelle sedi giudiziarie e persino (ed accesi) in Parlamento. L'opera è inaugurata nel 1986, il 12 ottobre. Per le vicende giudiziarie si dovrà attendere nientemeno che il 1994 e la sentenza della Cassazione con la totale assoluzione. Essa dunque più che rappresentare, "Incarna" pienamente il proprio tema e la concezione artistica di Pietro Consagra...
francesco latteri scholten

arte
10 gennaio 2016
Bellezza tra mito, storia e realtà.



Gli Déi erano a banchetto sull'Olimpo, quando, sul più bello, sulla loro tavola scivolò un pomo (che sarà ricordato come quello della discordia) sulla tavola con la scritta "alla più bella". Le contendenti, notoriamente, erano tre: Afrodite, per i romani Venere, di cui ricorrevano anche i festeggiamenti con l'onorifico titolo di "Meretrix", nata dalla spuma del mare e la cui bellezza si riferiva direttamente ed esplicitamente alla lussuria; Athena, per i romani Minerva, partorita dal cervello di Zeus (Giove), incarnazione razionale della bellezza; ed infine Giunone, bellezza muliebre. Tre bellezze diverse, o 







meglio tre diverse angolazioni o parametri con cui guardare alla bellezza. E così è rimasto nel corso dei secoli e dei millenni sino ai nostri giorni. I diversi parametri hanno poi eretto diversi ideali di donna, la cui connotazione si aveva la pretesa di imporre alle donne in carne ed ossa. Le più rispondenti ai parametri di volta in volta posti erano poi più celebrate al punto di connotare l'imago femminea del proprio tempo: abbiamo avuto così la Venere di Milo, l'Athena di Fidia, sino alle più recenti e di cui si è perciò potuto conoscere il modello originario in carne e ossa: Marilyn Monroe, 







Lauren Bacall, Ilona Staller, Moana Pozzi e tante altre. Alle dispute olimpiche fanno da contr'altare su questa terra realtà umane anche psicologiche similmente miserande le quali sono poi quelle che portano all'attuazione concreta delle delibere di guerra degli olimpi: chi conosce - in senso biblico, si capisce - la femmina più femmina è, eo ipso, il maschio più maschio e così Paride rapirà Elena dando inizio alla guerra di Ilio ed al complesso psicologico che dalla bella troiana prenderà - con Freud - il nome. Ma, al di là delle tre tipologie viste, esiste un criterio antropologicamente naturale per la bellezza? La risposta è positiva e la sua dimostrazione scientifica è da Freud, anche se la cosa era nota già pure agli antichi, specie ad Aristotele: la Bellezza è Vita nel suo senso più pieno. 







Dunque la pienezza della maturità e della vigorìa psico fisica ed intellettuale. E' in antitesi ad essa che si pone la bruttezza, sinonimo di morbosità e perciò di limite e negazione della Vita, ovvero morte. Attrazione psichica per la Vita, ripugnanza per la malattia e la morte. I fisici filiformi di tante modelle e modelline assai cari a molti stilisti (cosa che la dice lunga sulla loro realtà psicosessuale), appartengono alla morbosità e non alla realtà antropologica di bellezza e non sono naturalmente attraenti per una persona psicosessualmente normale, come pure non lo sono i fisici alla Botero. La Venere di Milo, l'Athena di Fidia, la Monroe, la Bacall, la Staller, la Pozzi ci rientrano però tutte e così torniamo alla disputa antica. E poi, perché Venere Meretrix non deve poter avere un Q.I. da genio ed una cultura altrettale? Gl'esempi reali non mancano - a cominciare proprio dalla Monroe, studiosa di filosofia ed accanita lettrice di Joyce - e la cosa risolverebbe la quaestio.
francesco latteri scholten.

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arte
9 gennaio 2016
Roberto Sterrantino, schizzo del profilo di un artista: "Il vaso di Pandora" ed "Umor Nero".




Dunamis è l'antica parola greca che più di ogni altra caratterizza Roberto Sterrantino, nell'Arte così come nella Vita. Un mixing perfetto di classicità e modernità, le sue opere potrebbero essere la trasposizione pittorica (ed in chiave Siciliana) di un romanzo di Salman Rushdie per l'intreccio di figure mitologiche, immagini dello psichismo collettivo e realtà concreta, dove la delineazione dei confini tra esse è arduo. Sempre estremamente acuto invece - come del resto nello scrittore di Bombay - il coglimento del significato e la critica socioculturale ma anche storico genealogica. Abbiamo così ad es. "Il vaso di Pandora", dalla mitologia greca, aperto per dipendenza dal dono di


 





Ermes: la curiosità importuna, con tutte le notissime infauste conseguenze. Dopo l'apertura, il mondo - prima di allora libero da mali e con gl'uomini simili agli Déi - era ridotto alla desolazione. Pandora allora decise di riaprire il vaso per liberarne la Speranza che ancora vi era imprigionata... Un concilio di Saggi, ma davanti ad un Totem e sotto lo sguardo torvo di Galileo ed Einstein è invece il tema di "Umore Nero" opera nata dalla disperazione e dal senso di sfacelo di fronte al disastro ambientale causato dalla rottura della piattaforma petrolifera in SudAmerica e dal seguente disastro ambientale. Impotenza ma anche disapprovazione verso un sistema che consegna nelle 







mani di solo alcuni, e sulla pelle di tanti, un bene appartenente all'umanità intera... Immagini dunque nelle quali si ritrova il simbolismo di ieri e di oggi, ma anche di domani, attraverso cui è mostrata la realtà dell'attuale. Sono solo alcuni esempi della vasta ed articolata produzione dell'autore, che tanta simpatia e riconoscimento ha ottenuto sia dal pubblico che dalla critica più accorta. Tantissimi i premi ed i riconoscimenti, così come le esposizioni e le pubblicazioni più prestigiose: il Louvre e l' Enciclopedia ad es. per citarne solo due.
francesco latteri scholten


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arte
9 gennaio 2016
Giuseppe Prinzi e la Scuola artisticoalchimistica di S. Stefano di Camastra.




Classe 1962, Giuseppe Prinzi è uno dei più brillanti figli della piena maturità artistica del Maestro Ciro Michele Esposito, ovvero di colui che ha portato l'Arte e la Ceramica stefanesi all'attenzione delle platee internazionali a partire dagl'anni '50. Le espressioni estetiche e stilistiche affondano perciò le loro radici nei grandi Maestri di Faenza, Domenico Rambelli ed Anselmo Bucci, e l'ispirazione filosofica in Gaetano Ballardini e, soprattutto, Maurizio Korach (che ne è anche il Maestro "tecnico"). L'opera scultorea di Giuseppe Prinzi - e basta un semplice affiancamento visivo - ne è non solo testimonianza palese, ma anche concrezione di una maturità ed autonomia artistica pienamente raggiunte. Estetica e Stile di Esposito, Rambelli e Bucci trovano estrinsecazione in una



 




sintesi personalissima, che conserva gl'archetipi alchimistico junghiani eredità di Korach - si vedano il bellissimo "Totem" ma anche "Malinconia", "Afrodite", "Maternità" - per volgersi poi alla Metafisica del Soggetto e della soggettività, che il modo più proprio in cui è possibile definire l'Arte di Giuseppe Prinzi.La ricerca del "Volto" e della sua espressione e, della concrezione in questa degl'archetipi. L'evidenza è data da "Adamo ed Eva" e quella fatta dall'artista di Mistretta ne è forse la rappresentazione artistica più veritiera: Adamo "vede" attraverso, o meglio, tramite Eva. E' la 








tipologia psichica ed archetipica dell'amore immaturo, alter ego della dissolvenza di uno dei soggetti nell'altro, immaturo anch'esso, che ne impedisce il conseguimento della piena maturità psichica personale, ovvero la cacciata dal "paradiso". Agli antipodi c'è invece una scultura, "Malinconia" e qui, come già in quella di Duerer, Giuseppe Prinzi riesce a trasmettere quello che Sartre a proposito del primo aveva definito "senso metafisico della finitudine", rovescio della medaglia della piena maturità psichica ed inscindibilmente ad essa legato. La negazione tramite violenza esterna dell'espressione fisica della piena maturità psichica, ovvero della propria bellezza fisica è raffigurata 









invece mirabilmente nella "Medusa", opera tecnicamente di grande pregio. Ma, tramite Korach, Jung insegna che gl'archetipi fanno parte di un collettivo, sono comuni e così spesso i volti di Prinzi sono contemporaneamente più d'uno si vedano i bellissimi "L'Occhio", "Trinità", ma anche gl'oli su tela "Incubo" e "Rinascimento Siciliano". Insomma, una compiutezza artistica che oggi in piena maturità si ripropone, come già per Rambelli, Bucci ed Esposito ad un pubblico anche internazionale.
francesco latteri scholten




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Curiosità
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Buona sera, vi chiederete chi sono io. Ecco mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono, o mi hanno visto solo per pochi minuti, credo siano pronti a giurare che sono pazzo. Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia con l’unico ausilio dell’intelletto. Sognatore, perché credo nell’abilità dell’uomo. Maledetto, perché non affido le mie speranze a un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno lasciando solo il rosso del sangue, il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo remoto in cui fui principe, figlio di re, in seguito divenni un guerriero, o meglio vi fui costretto, poiché le mie armi preferite erano e saranno le parole, messaggere della mia essenza, che è sempre stata un’anima da Giullare. ( da Malus di Nlm Latteri).


Quello dunque, al che doviamo fissar l’occhio de la considerazione, è si noi siamo nel giorno, e la luce de la verità è sopra il nostro orizzonte, ovvero in quello degli aversarii nostri antipodi; si siamo noi in tenebre, over essi: ed in conclusione, si noi, che damo principio a rinovar l’antica filosofia, siamo ne la mattina per dare fine a la notte, o pur ne la sera per donar fine al giorno. (Giordano Bruno).

Blog di francesco latteri-scholten




IL CANNOCCHIALE